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Carnevale di Palma Campania: non solo una festa

Lotta tra tradizione e modernità, civiltà contadina e moderno consumismo

scritto da Pasquale Gerardo Santella / 11 febbraio 2015

Carnevale di Palma Campania

Il Carnevale palmese quest’anno si presenta in continuità con quelli degli ultimi anni, senza sostanziali novità o modifiche, salvo una maggiore cura nell’allestimento dei vari eventi previsti e nella pubblicizzazione, il che non è un male.

Punto fermo della festa tradizionale, che per altri versi si va corrompendo per l’inevitabile mutare del tempo e della società, rimangono le quadriglie: i gruppi in costume, formati da circa duecento unità ciascuno, che propongono un canzoniere musicale arricchito da esibizioni di canti, danze, suoni di strumenti antichi, performance spettacolari e “cacciate”, cioè azioni sceneggiate che sorprendono e divertono il pubblico.

Sei le Quadriglie in campo, ognuna con il suo spettacolo: la Teglanum propone Museo e opere d’arte; gli Studenticelebreranno i propri Cinquant’anni di partecipazione al Carnevale; i Gaudenti con Made in Naples; ‘A Livella con Il caffè; i Monelli proporranno “69” e Scusate il ritardo, I numeri del lotto.

 

La festa è ormai conosciuta da anni a livello regionale e richiama migliaia di persone, come quella della vicina Saviano, la quale si caratterizza per la sfilata dei carri allegorici. Ma il Carnevale palmese ha qualcosa in più: permangono cioè “segni” della tradizione che ne fanno una festa non ancora del tutto fagocitata da interessi consumistici, economici e politici. Rimane una festa popolare che coinvolge in pratica tutti gli abitanti del paese: compresi gli studenti delle scuole, sono circa tremila quelli che partecipano direttamente alla Kermesse, accompagnati da familiari, amici, conoscenti che si fanno essi stessi attori della festa pur senza costume e strumenti musicali; attorno si muovono laboratori sartoriali locali, gestori commerciali, artigiani e artisti, truccatrici, gestori di bar e ristoranti, venditori di merce varia. Insomma sono assicurate tutte le componenti di una festa: l’allegria, l’evasione dalla routine quotidiana, la momentanea sospensione del tempo del lavoro e degli affari, la possibilità di folleggiare attraverso trasgressioni rovesciamenti eccessi.

 

In un mio saggio di qualche anno fa definivo il Carnevale palmese “La festa dell’ossimoro”, proprio per la sua caratteristica di tenersi in equilibrio tra tradizione e modernità, nel senso che da una parte mostra elementi sottotraccia che si sono trasmessi da un passato secolare e che non sono immediatamente percepibili da uno sguardo superficiale, dall’altra allestisce uno spettacolo che sollecita tutti i sensi degli spettatori attraverso una contaminazione di musiche, canti, balli, effetti visivi cinematografici e teatrali.

È evidente che di anno in anno si vanno affievolendo i primi e prende decisamente il sopravvento il secondo. La volontà da parte della Fondazione, del Comitato delle quadriglie e dell’Amministrazione comunale è innanzitutto di confezionare un prodotto di consumo spettacolare da rendere appetibile sul mercato delle feste, di allestire un corpo attraente e seducente, anche se questo comporta l’attenuazione del respiro dell’anima. Del resto il Carnevale storico, quello legato ai riti della civiltà contadina, è stato ucciso da tempo dall’avvento della civiltà consumistica. Andata l’anima al cielo, sulla terra è rimasto il suo nome, utilizzato per dar corpo ad una festa che soddisfi l’appetito del piacere dei sensi dell’uomo moderno, oltre che la ricerca di consenso dei politici.

 

Se c’è qualcuno che vuole ancora assaporare segni del Carnevale della tradizione, si affretti a venire a Palma. Ha ancora la possibilità di immergersi e vivere un contesto d’altri tempi. Prima che si perda definitivamente.

La bilancia dell’ossimoro comincia a pendere decisamente dalla parte della modernità