Non esiste un solo dialetto campano

Generalmente quando si parla di dialetto campano viene in mente solo il napoletano. Quest’associazione è più che giusta, ma non bisogna dimenticare che il dialetto parlato nella città di Napoli non è l’unico presente nella regione.

La Campania Felix, com’era chiamata in antichità, raccoglie al suo interno una miriade di parlate diverse che si allontanano dal napoletano classico e custodiscono un patrimonio lessicale importante anche per gli studi storiografici.

I dialetti sono parte integrante della nostra immensa cultura e rappresentano una delle grandi ricchezze della nostra lingua. Dei dialetti si occupa la dialettologia, una branca della linguistica che nell’ultimo secolo ha portato avanti numerosi studi e fatto interessantissime scoperte.

In Italia la dialettologia ha una tradizione di circa duecento anni, anche se le sue origini ufficiali si associano alla prima pubblicazione dell’ Archivio Glottologico Italiano, curato da Graziadio Isaia Ascoli.

Oggi la dialettologia è una disciplina insegnata nelle università, in particolare nelle facoltà di Lettere, Scienze della Comunicazione e Sociologia.

Dialetto campano: che differenza c’è tra lingua e dialetto?

Sebbene i dialetti siano dei sistemi linguistici con una grammatica e un lessico proprio, non sono considerabili lingue a tutti gli effetti. L’italiano non è altro che un dialetto che con gli anni è stato standardizzato e utilizzato da scrittori illustri come Dante, Petrarca e Boccaccio. Dopo il 1500, quando è cominciata la normalizzazione della lingua italiana, i dialetti sono stati in un certo senso declassati. Fino a pochi decenni fa, infatti, fa gli idiomi locali venivano associati a una scarsa cultura.

Lo sviluppo della sociolinguistica, della glottologia e della dialettologia ha permesso ai dialetti di riprendersi il loro valore. Un dialetto, proprio come una lingua, racchiude in sé la storia di chi lo parla. Il recupero del prestigio e del senso di identità dei vernacoli hanno portato alla nascita in Italia di due nuove lingue (prima considerate meri dialetti): il sardo e il ladino.

Dialetto campano: le quattro macroaree

Quando si parla di dialetti è impossibile circoscriverli in aree ben definite, perché le influenze linguistiche si estendono ben oltre i confini stabiliti. Le parlate campane, ad esempio, sono diffuse anche in alcune aree del bassoLazio, del Molise e in determinate zone della Puglia.

Secondo gli studiosi, il dialetto campano si divide in quattro grandi aree (da Nord a Sud):

  1. dialetto napoletano
  2. dialetto beneventano
  3. dialetto irpino
  4. dialetto cilentano

Dialetto campano: il caso di Napoli

Il dialetto napoletano ha origini composite e risulta circoscritto all’area cittadina e alle zone limitrofe. Nella provincia a Sud di Napoli troviamo il torrese o lo stabiese. Particolare è poi la situazione sulle isole del Golfo. A Ischia, ad esempio, si parlano sia l’ischitano sia il foriano.

Dialetti campani fuori confine

Come abbiamo già accennato l’influenza linguistica campana si è estesa anche in aree appartenenti ad altre regioni. In Molise le parlate campane sono diffuse particolarmente nella zona di Venafro (Isernia), mentre in Puglia nei comuni a sud-ovest della provincia di Foggia.

Un’altra zona in cui i dialetti campani sono molto diffusi è il sud del Lazio, in particolare nelle aree di Minturno, Formia, Gaeta, Fondi, Itri, Cassino e nelle isole Pontine. Anche il dialetto ciociaro presenta delle caratteristiche evidenti del campano.

Minoranze linguistiche in Campania

Parlando di dialettologia non va dimenticato che l’Italia è terra di minoranze linguistiche. In questi casi si parla quindi di vere e proprie lingue riconosciute. Anche in Campania si possono trovare queste minoranze.

In alcuni paesi dell’avellinese si parla la lingua arbëreshe, cioè una variante dell’albanese proveniente dalle popolazione che giunsero in Italia dai Balcani. L’arbëreshe oggi è parlata da circa 100.000 persone.