2704

Irrazionalità

La vera natura del filosofo è quella di porsi domande. Mi chiedo io, però, se non sarebbe meglio, una volta tanto, provare a rispondere anche a certe domande dimostrando che la Filosofia è una scienza che può concretamente aiutare l’individuo a migliorare la sua qualità della vita

scritto da Virginia Longobardi / 29 ottobre 2015

Irrazionalità

La vera natura del filosofo è quella di porsi domande, la nota del prof. Esposito “Ragione calcolante? Ancora Giordano Bruno…” è filosofica e, dunque, per un sillogismo implicito la domanda finale è ampiamente giustificata.

Mi chiedo io, però, se non sarebbe meglio, una volta tanto, provare a rispondere anche a certe domande dimostrando che la Filosofia è una scienza che può concretamente aiutare l’individuo a migliorare la sua qualità della vita.

 

È ineludibile, a questo punto, cercare di rispondere, pur nella consapevolezza di non poter esprimermi in termini filosofici, partendo dalle considerazioni in primis sulle accezioni che l’espressione assume.

Si legge per esempio su Treccani.it che la qualità della vita è

«Il livello di benessere percepito e sperimentato abitualmente da un individuo o da una comunità sociale, non riducibile ai tradizionali parametri di tipo economico, connessi al concetto di sviluppo (in primis il PIL), ma misurabile attraverso un insieme di indicatori sociali, atti a valutare, sul piano dei singoli soggetti, la garanzia di opportunità reali di autorealizzazione individuale; sul piano generale, la sostenibilità degli investimenti volti a garantire il progresso economico in termini di salute, occupazione, tutela dell’ambiente, sicurezza, partecipazione alla vita collettiva».

 

Sebbene quest’accezione sia, probabilmente, quella cui si ricorre in maniera immediata e che indubbiamente è quella più vicina alla nostra vita quotidiana non credo sia l’accezione cui si fa riferimento nell’articolo. L’autore molto verosimilmente evoca anche qualcosa legato alla natura ontologica dell’Essere e alle sue manifestazioni empiriche.

In buona sostanza la qualità della vita interpreterebbe la modalità ideale di esprimersi dell’Essere in quanto tale attraverso i singoli individui.

La questione, aperta all’ inizio dell’articolo, è quale sia la modalità migliore per esprimere se stessi,  essere razionali o essere irrazionali?

Qual è, dunque, il ruolo della ragione nella vita dell’uomo?

Moderatore e freno agli istinti primordiali, quelli che lo spingono ad un comportamento più incline all’ “animalesco” e ,dunque, strumento per evolversi ? O limite, restrizione che impedisce di vivere a pieno la propria umanità?

Il divario tra le due opzioni nella domanda così formulata può apparire poco evidente e, addirittura ambiguamente contraddittorio.

 

In realtà la risposta risiede nell’accezione che ognuno di noi conferisce al termine “Umanità”.

Appare chiaro, fin da subito, che il concetto di umanità è multivalente, designando un “oggetto” strutturalmente contraddittorio e complesso: l’uomo.

Nel caso specifico il problema è capire, partendo dalla contrapposizione tra ragione-istinto, verso quale lato della bilancia l’ago deve pendere per determinare un’ umanità che garantisca una buona qualità della vita nei termini prima specificati.

Chi non si è mai sentito lacerare dentro perché fortemente combattuto dal seguire le proprie passioni a discapito di una Ragione che, invece, come il grillo di Pinocchio ammonisce che è sbagliato farlo?

 

Secondo Rensi alla base di queste due modalità di esprimersi, la razionalità e l’irrazionalità, ci sarebbe lo stesso substrato, la Ragione, che addurrebbe in ogni caso delle motivazioni convincenti e, per questo “ragionevoli”, che implicherebbero l’uno o l’altro comportamento. Per questo stesso motivo si potrebbe evitare di parlare di irrazionalità. Anche gli impulsi, le passioni sarebbero frutto di ragionamenti.

 

Mi si consenta di precisare che molto probabilmente quelli che siamo soliti definire impulsi animaleschi con i quali noi esseri post-moderni conviviamo quotidianamente, cercando di ignorarli anche se non sempre con successo, non sono altro che i risultati di ragionamenti finalizzati al raggiungimento di determinati obiettivi, ma che con il raziocinio hanno ben poco in comune, forse solo qualche riflessione sull’etimologia dei loro significanti.

A questo proposito voglio citare, perché è giusto farlo, le stragi che, in nome di un “Dio”, figlio di chissà quale mostruosa ragione, vengono perpetuate nei confronti di coloro che preferiscono asservire la loro di Ragione ad una umanità che, razionale o meno, non fa male a nessuno.

L’11 settembre 2001, le torri gemelli; il 7 gennaio 2015, attentato a Charlie Hebdo, e il  più recente 18 marzo 2015, attentato al museo Bardo in Tunisia… solo per elencare le più recenti.

Mi chiedo, ma questa volta la risposta è implicita, quali siano i ragionamenti convincenti che giustificherebbero massacri di tanti innocenti.

Non esiste alcuna argomentazione ragionevole, raziocinante, nessuna Ragione degna di tale nome che possa giustificare il parto di simili pensieri che si sono poi tradotti nelle vergognose stragi che tutti noi conosciamo.

 

Dio – e questo lo afferma uno delle menti più illuminate di tutti i tempi, Montaigne – ci ha dotato di una certa capacità di raziocinio in modo che non fossimo, come le bestie, schiavi delle cose e potessimo anzi muoverci più agevolmente con la ragione e il libero arbitrio, dobbiamo sì in parte cedere alla pura autorità della natura, ma non farci condurre tirannicamente da essa: solo la ragione deve guidare le nostre inclinazioni..

Evidentemente, a dirla con Montaigne, dietro queste azioni ci sono semplicemente delle “bestie” che si fanno condurre tirannicamente dalla loro originaria natura.

Se, poi, si vuole porre la questione su un piano più strettamente individuale, intendendo con tale termine tutte le scelte i cui effetti ricadono su noi stessi, il tutto risulta ancora più complesso.

Se ogni azione venisse filtrata dalla nostra abilità raziocinante perché mai ci troveremmo in situazioni che obiettivamente non recano vantaggi evidenti?

Se la razionalità fosse l’unica prerogativa dell’essere umano e se da sola riuscisse in qualche modo a guidare l’uomo verso una qualità della vita ideale non sarebbero di certo giustificabili certe scelte.

Perché ci si abbandonerebbe a sentimenti, ad emozioni che in termini razionali non apportano miglioramenti, perché si lotterebbe una vita intera per realizzare sogni poco redditizi e mi riferisco alla sfera economica che, è noto a tutti, contribuisce, e non poco, ad agevolare il modus vivendi. Ecco, penso, in particolare, a quei ragazzi, a quei giovani e in generale a quelle persone che, pur conoscendo le difficoltà da superare, continuano con caparbia prepotenza a fare sacrifici a “sviluppare i loro muscoli”, superando le sfide, le difficoltà, e anche e soprattutto i loro limiti per poter realizzarsi dal punto professionale. Qualità della vita ,infatti, coincide molto spesso nel fare quello che si ama fare.

 

La qualità della vita, dunque, è direttamente proporzionale al grado di soddisfacimento del proprio benessere psico-fisico. E in questo discorso l’adrenalina, le emozioni, i sentimenti hanno un ruolo fondamentale. Del resto non sempre ci si innamora della persona che razionalmente costituirebbe l’ideale per noi, ci si innamora della persona che riesce a regalarci intensità e un senso di pienezza che arricchisce il nostro essere nel mondo. Accettare l’alterità di un altro essere e concepirlo tutt’uno con il sé pur nel dualismo che si continua a percepire è una cosa quasi unica nella vita di un essere umano. Costituisce un percorso che riesce, non senza traumi e lacerazioni anche dolorose, ad incastrarsi perfettamente nel progetto persona che ognuno ha quasi ad essere sapientemente guidata da chissà quale forza “maggiore”.  È fuor di dubbio che si tratti di uno “stato” che la ragione non ha la facoltà di comprendere.