2663

Metropolitana di Napoli, stazione Vanvitelli

Il vivere concettuale

scritto da Claudio Bozzaotra / 17 luglio 2015

1. opere nella stazione Vanvitelli, Napoli

La necessaria restaurazione degli ambienti della stazione Vanvitelli della metropolitana di Napoli può avvenire nella forma della “filosofia futura” ed aprirsi ad accogliere, così, le opere di otto maestri dell’arte contemporanea?

L’equivoco di partenza, purtroppo, non la abilita a tale prezioso servizio, anche se sono da condividere le scelte del duo Capobianco, Michele e Lorenzo (padre e figlio) responsabili del progetto e di irrobustire le strutture “concettuali” della società in cui si vive attraverso l’adozione di tali opere.

A mio avviso il tramonto del sapere fondativo o epistemico non è inevitabile, e la filosofia ha nell’essere la forza su cui far leva per opporsi al declino.

 

L’età della tecnica pone problemi in più, ma non ne cambia la natura: la tecnica non ha, né avrà mai alcun potere sulla dimensione del necessario. E per questo occorre mantenere aperta la strada regale della filosofia, che è l’episteme, non il destino.

Tale sarà la filosofia futura, come lo è stata nel passato. Essa non cercherà di andare oltre l’uomo.

 

Nella “filosofia futura” è vano cercare i concetti di bene e di male morali: essi sono stati semplicemente annullati.

Simboli di un impegno civico antico almeno quanto la grecità, ma mai più attuale di oggi, metafora calzante per l’atmosfera artistica attuale.

 

2. opere nella stazione Vanvitelli, Napoli

2. opere nella stazione Vanvitelli, Napoli

L’ideale della tolleranza e dell’accettazione delle influenze esterne, del resto, rappresenta la base di lancio di ogni scambio e di ogni democrazia. Ciò che resta costante in queste opere è il metodo, che a dispetto dagli steccati di movimento si definisce sempre come compenetrazione di esperienza diretta e pensiero: complemento all’esperibilità di un ambiente.
Forse uno degli elementi unificatori risiede nella sintesi di processi pratico-empirici e razionali, in quella dialettica, cioè, di scoperta euristica e verifica geometrica, di tecnica e scienza astratta.

 

Come se il creato sottintendesse un’armonia nascosta, da reperire attraverso l’esperienza e da tradurre in linguaggio matematico. E questo approccio aperto all’empiria, per quanto alieno dalle mitizzazioni di stampo positivista si traduce sempre più spesso in arte.

 

Va ricordato che questa summa di opere d’arte non è la solita carrellata priva di spessore in cui si ricorda un po’ di tutto, né la classica collettiva, né tantomeno un’ordinata collezione di medaglioni o di correnti: è un sistematico e robusto orientamento nel sapere filosofico contemporaneo, retto da un’invenzione critica unitaria.

 

Si ha un panorama selettivo ma circostanziato, sostenuto da un continuo confronto con i testi. Va aggiunto a ciò che il tema della “scientificità”, se paragonato con le analisi svolte negli altri, risulta essere il più attuale.

Non dimentichiamoci che il termine “scientificità” non ha lo stesso significato di “scienza”. Scienza è, sino a Descartes, la conoscenza di un ambito della natura in sé valido, sia esso dato in modo intuitivo o meditato in modo concettuale.

La scientificità va invece intesa come un processo di scientifizzazione.

 

3. opere nella stazione Vanvitelli, Napoli

3. opere nella stazione Vanvitelli, Napoli

Si ha l’impressione che la cultura contemporanea, che da circa due decenni appariva appiattita sull’effimero, stia riscoprendo il significato esplicativo della storia.

A voler essere maligni si potrebbe discettare sull'”astuzia” di una accorta e sempreverde signora, com’è appunto la Storia, e sulla sua capacità di sfruttare una moda per ridimensionare le illusioni e, spesso, le sciocchezze di altre mode espresse da culture che posano a essere orgogliose della loro assenza di retrospettive sensibilità.

 

Il tutto nell’illusione di poter affrontare nel modo più ovvio un futuro che sarebbe già tutto da vivere nell’esaltazione dei dati quotidiani e di una diffusa mentalità di massa accomunante e omologante oltre ogni divisione, nel tempo e negli spazi.

 

L’aspetto meramente formale è secco e poco decorativo. La diversità rispetto alla gran parte delle opere precedentemente incontrate nelle altre stazioni, sta nella volontà di mettere in mostra il dolore e gli affetti, al posto di un discorso freddamente razionale.

 

4. opere nella stazione Vanvitelli, Napoli

4. opere nella stazione Vanvitelli, Napoli

La similitudine sta nel tentativo di andare contro le regole anche commerciali del mondo occidentale, quelle regole che schiacciano l’arte ma che, cosa più seria, schiacciano la sopravvivenza delle minoranze.

 

Con l’intento di indagare il rapporto che lega l’uomo di oggi alla natura e alla tecnologia, congeniale è l’opera di Mario Merz che adotta le serie numeriche del Fibonacci per una metafora di un’armonica proliferazione di elementi naturali e corporei.

Così come Giulio Paolini, che ha partecipato sin dalle prime mostre al gruppo della cosiddetta “Arte Povera”, la cui opera è caratterizzata anche dall’uso di materiali poveri o inusuali per ribaltare gli stereotipi di bellezza della tradizione classica, ha messo in scena una consapevolezza della fondamentale “assenza” dell’Opera, sempre percepita dalle sue “refrazioni”, senza disdegnare l’effetto dell’inganno.

Energia e tensioni contrastanti che bene sono interpretate dalla stella a cinque punte di Gilberto Zorio con il loro gioco sul pieno e sul vuoto a caratterizzare lo spazio circostante.

Ma la discrezione di uno spazio dell’immaginario è proposto da Gregorio Botta che fa da contraltare alle immagini surreali e misteriose dell’opera di Vettor Pisani, che, attraverso la presenza fotografica di Sigmund Freud e delle scritte rosse, allude al viaggio che si porta dalle tenebre alla luce e il cui approdo non può che essere la città di Napoli, evocata con differente concettualità ma ben riconoscibile dalle gigantografie di Gabriele Basilico e Oliviero Barbieri; una luce che però non può non trovare conferma nelle ampie e luminose immagini di Isabella Ducrot, autentico sfavillio di colore e materia.