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Ragione calcolante? Ancora Giordano Bruno…

È davvero plausibile e condivisibile che la qualità della vita sia nella percentuale di ‘irrazionalità’ della vita stessa, nel senso che il livello di qualità sarebbe strettamente proporzionato al livello di irrazionalità?

scritto da Antonio Esposito / 28 maggio 2015

Giordano Bruno

 

È davvero plausibile e condivisibile che la qualità della vita sia nella percentuale di ‘irrazionalità’ della vita stessa, nel senso che il livello di qualità sarebbe strettamente proporzionato al livello di irrazionalità?

Qualcuno lo sostiene con estrema consapevolezza.

Intanto, se parliamo di irrazionalità, sottintendiamo, naturalmente, la razionalità, laddove sia l’una che l’altra sottintendono, a loro volta, per ‘difetto’ o per ‘eccesso’, quella ragione, dai più vista come privilegiata via d’accesso alla realtà.

Come si esprime in merito la filosofia?

Il razionalismo metafisico trova la sua formula emblematica nell’aforisma di Hegel ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale, mentre l’irrazionalismo ontologico trova la sua espressione polemica nel contro-aforisma di Rensi circa l’irrazionalità del reale e l’irrealtà del razionale, sicché la celebre sentenza di Hegel sarebbe vera solo se rovesciata.

Tutto ciò che è reale è irrazionale, e ciò che è razionale è irreale, scriveva, dunque, Giuseppe Rensi, nato a Villafranca di Verona il 31 maggio del 1871.

 

Colui che cede al vizio, alle passioni, al peccato, – sottolinea Rensi – non fa che seguire la ragione: non fa cioè che seguire gli argomenti convincenti, superiori in forza logica ad ogni altro, che l’unico strumento che sia in lui per la formazione d’argomenti, la sua ragione, gli presenta.

È un errore ritenere che, in via generale, chi cede al vizio senta in sé un conflitto tra la ragione e la passione, e vegga la prima sconfitta dalla seconda. (La Morale)

 

La citazione è tratta da Giuseppe Rensi – Ethica ed Etiche (Arte Tipografica Editrice, Napoli, 2006), di Aniello Montano, secondo il quale nella critica alla Ragione di tipo hegeliano, che presume di cogliere e di indicare l’universale, l’assoluto, il vero e il bene certi, Rensi si convince che la ragione non solo è carica di contraddizioni e di dissonanze, difficili da mettere a tacere e da superare con un atto razionale superiore e vincente, ma soprattutto che essa è legata indissolubilmente alla struttura vitale, alla “personalità fondamentale” di ciascuna esistenza, situata in un preciso momento storico. (pp. 60-61)

 

Non poche e non marginali sono, naturalmente, le implicazioni connesse ad una ragione legata indissolubilmente alla struttura vitale e alla personalità fondamentale di ciascuna esistenza, situata in un preciso momento storico, in specie le implicazioni di ordine morale, visto che l’uomo, [… ], non ha una condotta morale commendevole o riprovevole in rapporto all’uso che fa della sua volontà, di una volontà considerata libera, capace cioè di scegliere tra due opposte possibilità […] nessuno sforzo di volontà, nessuna applicazione intellettuale possono spingere un uomo […] ad adeguarsi convintamente, secondo ragione e sentimento, a quella condotta da altri considerata morale ed eticamente giusta.

Lo si potrà indurre con la forza e incutendogli paura, lo si obbligherà con la legge e la minaccia delle pene da questa previste, ma non lo si trasformerà, non lo si riplasmerà. La condotta moralmente giusta dal punto di vista sociale […] non è insegnabile da alcuno né è acquisibile con l’impegno e lo sforzo personale. Essa dimora in alcuni soggetti […] soltanto ed esclusivamente “per divino fato” e non per scienza. (p. 62)

 

Questioni complesse quelle dibattute dal filosofo Aniello Montano che, interpretando Giuseppe Rensi con quella illuminata competenza che è tutta sua, pone interrogativi profondi, ma apre anche ‘spiragli’ di altrettanto profonda comprensione quando, ad esempio, nel rispondere alle sue stesse domande, Perché Giordano Bruno ha salito il rogo? Forse per la semplice pazzia di non voler ritrattare la propria fede?, scrive che questa parola ‘pazzia’, che è l’unica spiegazione che possiamo addurre a quell’agire incomprensibile, mostra il vero indiscutibile fondamento della morale nella sua specie più elevata. E la ‘pazzia’ è l’impulso, il raptus, il furore eroico, perché nasce da èros, da amore; è quella spinta interiore, incontenibile e incontrollabile, che al momento dell’agire spinge l’uomo animato da questo slancio vitale a comportarsi senza chiedere alla sua ragione calcolante qual è l’azione da fare per realizzare la propria utilità. (pp. 77-78)

Questioni davvero complesse, che forse incautamente ho connesso a quella ‘qualità della vita’ che costituisce l’incipit della presente nota.

Qualità della vita: ma quale qualità?