2710

Tra razionalità e irrazionalità… senza filosofia

A ben riflettere meglio lasciarle perdere le spiegazioni filosofiche quando certe rivoluzioni dell’anima vengono, di tanto in tanto, e ben vengano, a farci visita

scritto da Antonio Esposito / 9 novembre 2015

irrazionalita

Quando riusciamo a scuotere l’attenzione costruttiva di una persona, è sempre motivo di sottile orgoglio ed è quello che ho provato leggendo, su saperincampania (29 ottobre 2015), “Irrazionalità” di Virginia Longobardi, una sorta di commento critico alla nota che era stato pubblicato, a mia firma, il 28 maggio 2015, con il titolo “Ragione calcolante? Ancora Giordano Bruno…“.
La professoressa Longobardi, ereditando il mio convincimento, ma poi ne va ben oltre, che la vera natura del filosofo sia quella di porsi domande e non già quella di dare risposte, individua, nelle mie argomentazioni, il tentativo di evocare, molto verosimilmente, un che di «legato alla natura ontologica dell’Essere e alle sue manifestazioni empiriche».

 

Eredità colta, dunque, con sottile ed elegante diffidenza, e difatti la professoressa si chiede subito se non sia «meglio, una volta tanto, provare a rispondere anche a certe domande dimostrando che la Filosofia è una scienza che può concretamente aiutare l’individuo a migliorare la sua qualità di vita».
Riflette, allora, sulla mia domanda, assolutamente provocatoria, relativa a quale modalità sia migliore per esprimere se stessi, la razionalità o l’irrazionalità?
Una domanda che la professoressa trova, nelle due opzioni, ambiguamente contraddittoria.
E qui il suo commento alla mia ‘nota’ sostanzialmente si esaurisce, quasi mi lascia avviluppato nelle mie contraddizioni e prende metaforicamente il ‘volo’ proponendo una sua lucida analisi sul tema dell’irrazionalità, al quale sembra davvero appassionarsi e questo la esalta decisamente perché un intellettuale, che non si appassiona, riduce, a mio avviso, il suo spessore di cultore di studi fondamentalmente umanistici.

 

E in Longobardi una riprova delle sue evidenti inclinazioni umanistiche la si coglie nella citazione di Montaigne, moralista francese, «una delle menti più illuminate di tutti i tempi», come la professoressa sottolinea, ricordandoci che la capacità di raziocinio è all’uomo come dotazione esclusiva da parte di Dio.
Ma davvero «solo la ragione deve guidare le nostre inclinazioni»?
Rileggiamo, intanto, uno dei passaggi più intensi e significativi del testo di Virginia Longobardi.
Ne vale il tempo!
«La qualità della vita, dunque, è direttamente proporzionale al grado di soddisfacimento del proprio benessere psico-fisico. E in questo discorso l’adrenalina, le emozioni, i sentimenti hanno un ruolo fondamentale. Del resto non sempre ci si innamora della persona che razionalmente costituirebbe l’ideale per noi, ci si innamora della persona che riesce a regalarci intensità e un senso di pienezza che arricchisce il nostro essere nel mondo. Accettare l’alterità di un altro essere e concepirlo tutt’uno con il sé pur nel dualismo che si continua a percepire è una cosa quasi unica nella vita di un essere umano. Costituisce un percorso che riesce, non senza traumi e lacerazioni anche dolorose, ad incastrarsi perfettamente nel progetto persona che ognuno ha quasi ad essere sapientemente guidata da chissà quale forza “maggiore”. È fuor di dubbio che si tratti di uno “stato” che la ragione non ha la facoltà di comprendere».

 

Ma chi ci salva, cara professoressa Longobardi? O, meglio, cosa ci ‘salva’?
Siamo davvero convinti che tutto si ‘giochi’ solo e soltanto alla luce della razionalità o dell’irrazionalità?

«La ragione umana, in generale, non ha autonomia, non è altro che una ripercussione, una manifestazione di quella maggiore intensità, è la spuma di un’onda espressiva più lunga, che si infrange più violenta, più in alto della scogliera. Nell’uomo si cela una radice metafisica profonda, la cui spinta giunge a configurarsi nella ragione, a tradursi nella massima estensione rappresentativa. La ragione non è indipendente dall’animalità, ma rivela appunto questa».
Possiamo spiegarci tutto alla luce di questa idea di ragione umana, straordinario impasto di metafisica e di animalità, che Giorgio Colli esplicita nel suo Dopo Nietzsche (Milano, Adelphi, 1974, p. 50)?

 

A ben riflettere, però, e qui intendo riflettere saggiamente, ossia paradossalmente senza l’ingombro di quella filosofia che ritengo essere, peraltro, non scienza, ma pseudoscienza, un’alternativa c’è ed è quella di lasciarle perdere le spiegazioni filosofiche quando certe rivoluzioni dell’anima vengono, di tanto in tanto, e ben vengano a farci visita.